Sciopero 4 settembre 2015

Domani 4 settembre 2015 ci sarà uno sciopero dei ferrovieri, dalle 9 alle 17. Questa mattina, arrivata alla stazione di Firenze SMN ancora assonnata, mi hanno lasciato questo volantino:

Sciopero 4 settembre 2015 - volantino

È la prima volta che, prima di uno sciopero dei ferrovieri, mi capita di ricevere un volantino che spieghi le ragioni dello sciopero e della protesta che si vuole portare avanti. Devo dire che l’ho apprezzato. Senza entrare nel merito delle motivazioni che spingono i ferrovieri a scioperare (che personalmente comunque condivido), ho apprezzato il fatto che per una volta si volesse spiegare ai viaggiatori il motivo di un altro sciopero, di venerdì.

Tante volte ho sentito dire “eh guarda caso gli scioperi li fanno sempre di venerdì”. Spiegare le proprie ragioni aiuta a creare quella solidarietà o comunque quella vicinanza tra due “fazioni” (viaggiatori/pendolari vs ferrovieri) considerate come contrapposte, ma che, a mio avviso, sono spesso due facce della stessa medaglia.

E allora va bene, domani c’è un altro sciopero. Almeno questa volta sappiamo perchè e possiamo decidere se essere o meno solidali. Speriamo solo che duri realmente dalle 9 alle 17.

Illusioni di un mondo possibile, in treno.

Salgo sull’Intercity 611 con le peggiori aspettative di vacanziera in treno: la tratta Bologna – S. Benedetto del Tronto generalmente mi fa subito rimpiangere il comfort del Frecciarossa Firenze-Bologna dal quale sono scesa poco prima.

Il treno è pieno, ma il mio scompartimento inaspettatamente vuoto.
Ad accogliermi uomo e donna di mezz’età – che sono musulmani me ne accorgo facilmente dall’hijab della signora.

“Se scendi a Bari, posso chiederti di avvisarmi quando arriviamo a Civitanova Marche? Non so dov’è, è la prima volta che vado, e non so se gli altoparlanti funzionano”, mi chiede lui in italiano perfetto.
“Scendo a S. Benedetto del Tronto, ma non preoccuparti so dov’è e vi avviso io”.

Nel frattempo, si unisce una famiglia italiana, due chiacchiere, qualche battuta sui disagi di Trenitalia, un bambina fin troppo vivace che crolla subito nel sonno.
Leggiamo tutti qualcosa, io una rivista, il signore musulmano davanti a me un libro preso da una biblioteca, ma appena mi cade l’occhio sul libro della mia vicina italiana mi scappa un sorriso: “Noi e l’Islam: un dialogo possibile”.

Il signore musulmano parla con la moglie una lingua che mi sembra arabo, riceve un paio di telefonate e sfoggia un francese madrelingua. Certo, è chiaro. Parlano tutti un paio di lingue. Certo, lo so, ma sentirli, e rendersene di nuovo conto in un Intercity vecchissimo che a fatica attraversa l’Italia, è un’esperienza un po’ strana, non so perchè.
In questo scompartimento l’atmosfera è inspiegabilmente distesa.

Mi sembra di essere tornata in Danimarca, dove nessuno fa caso ad una donna musulmana che sale sui mezzi pubblici con il capo coperto, dove nessuno giudica anche solo con uno sguardo.
Rompo il ghiaccio e inizio a parlare con loro: tredici anni in Italia, lui lavora a Verona, vanno a trovare un amico nelle Marche per farsi un po’ di mare a Civitanova. Niente di più modesto, niente di più normale.

Verona è bella sì, il lago di Garda anche, “ma il mare è un’altra cosa” – aggiungo io – e lui sorride con una velata malinconia.
“A Casablanca vicino abbiamo l’Oceano”: non un’ombra di ingratitudine o rimpianto nelle sue parole, solo dolci ricordi che trapelano dallo sguardo.

Questo scompartimento della carrozza n.4, dopo tutte le boiate che siamo costretti a sentire da politici, media e chiunque si senta in diritto di parlare in questi giorni, mi sembra un universo possibile fatto di tolleranza e condivisione.
Non c’è spazio per pregiudizi, per cattiverie pensate e magari non dette, per facili stereotipi, per l’ignoranza e la paura del diverso.
Questo Intercity sarà pure brutto, sporco, vecchio, e lento, ma oggi sembra mi porti verso un mondo migliore.

Questo (a mio avviso) splendido e dolce post lo ha scritto Silvia, una mia collega che ho già avuto il piacere di ospitare nel mio blog con il suo “Vademecum della decenza durante i viaggi di Natale“. Come allora, mi sono limitata soltanto a riportare fedelmente le sue parole.

Il capotreno amorevole

La scorsa settimana, ad un passo dalle tanto attese (seppur brevi) ferie, ho approfittato di un permesso a lavoro per prendere il regionale veloce delle 13. Per trovare una carrozza che non fosse stracolma di turisti e con aria condizionata funzionante (più o meno) ho camminato lungo tutto il binario fino a che non sono salita sulla prima carrozza di testa.

Poco dopo essere partiti, ho messo la mia “schiscetta” sopra al tavolino e ho iniziato a gustare (si fa per dire) il mio pranzo all’insegna dell’ottimizzazione del tempo di viaggio. Proprio mentre stavo mangiando è passato l’addetto alle pulizie a bordo treno, che senza manifestare la minima espressione sul suo volto si è cordialmente limitato a dirmi “buon appetito”.

Qualche minuto dopo è arrivato il capotreno. Sembrava un uomo prossimo alla pensione o comunque con diversi anni di servizio alle spalle, capelli brizzolati e sguardo buono. Stava controllando i biglietti degli altri viaggiatori e appena mi ha visto mangiare mi ha solo chiesto “è abbonata?” e io, mentre cercavo comunque di recuperare il mio abbonamento dalla borsa, ho risposto “si”. A quel punto mi ha detto “no no, non si preoccupi non c’è bisogno e buon appetito!”.

Dopo questi due episodi ero già felice di aver incontrato in treno tanta gentilezza, perché, diciamocelo, non capita poi così spesso. Il viaggio è proseguito liscio fino a Pisa Centrale, quando il treno si ferma e la maggior parte dei passeggeri sono scesi. Sono rimasta da sola all’interno della carrozza di testa e poco prima della ri-partenza per Livorno vedo di nuovo arrivare il capotreno che si avvicina a me e sorridente mi chiede “ma si può fare questa vita?”.

Sul momento mi sono limitata a sorridere cercando di capire se intendesse dire che la sua vita di capotreno (in pieno agosto) era difficile o se la mia vita da pendolare che pranza in treno (sempre in pieno agosto) era triste. Onestamente, avevo l’imbarazzo della scelta. È venuto in mio soccorso disambiguando la sua domanda facendomene un’altra: “mangia tutti i giorni in treno?”. Ecco, ce l’aveva con me!

Gli ho spiegato che quello era un orario insolito per me, che gli altri giorni sono abituata a portarmi il pranzo in ufficio (“bè, almeno mangi in compagnia!” ha esclamato) e che quel giorno avevo preferito comunque un sano pranzo portato da casa ad un panino acquistato al bar. Mi ha dato ragione, ma forse ha letto un po’ di stanchezza nel mio volto perché con tono amorevole, quasi fosse mio padre, mi ha chiesto “sei già stata in ferie?”. “Purtroppo ancora no, però mancano pochi giorni e poi andrò a rilassarmi in Umbria dalla mia famiglia. Lei c’è già stato?”. “No, nemmeno io, ci andrò tra un mese e mezzo. Anche io torno a casa e settembre è il periodo migliore per godermi la mia Sicilia. C’è meno confusione”.

Come dargli torto! Dopo questo piacevole scambio, il capotreno è tornato all’amara realtà dicendomi “ma qui non va l’aria condizionata vero?”. “Ma all’inizio del viaggio andava, ora effettivamente sembra di no”. Sconsolato mi ha risposto “pensi che in alcune carrozze non ha mai funzionato, e in altre funziona a momenti. Sto chiamando la sala operativa ma non mi risponde nessuno. Chissà come faremo per il viaggio di ritorno verso Firenze. Va bè, provo di nuovo a vedere cosa posso fare”.

Prima di allontanarsi mi ha salutato da vero gentiluomo, augurandomi buon proseguimento di viaggio e buone ferie. Ho ricambiato con sincera gratitudine. Ancora ora, se ripenso a quell’incontro, non posso fare a meno di sorridere.

Trenitalia e l’aria condizionata sui treni regionali

Come ogni estate torna d’attualità il tema dell’aria condizionata a bordo dei treni regionali. Non è che noi pendolari vogliamo ad ogni costo essere noiosi e ripetitivi sulla questione, ma a volte sembra che ci siano attori che si divertono a stuzzicarci e allora.. come fare a tacere?

Qualche giorno fa, in occasione della presentazione di uno studio condotto da Trenitalia, il direttore dell’area trasporto regionale, Orazio Iacono, ha annunciato che per quanto riguarda l’aria condizionata sui treni regionali in Toscana, l’obiettivo è arrivare ad una copertura del 90 per cento delle carrozze entro il 16 luglio, rispetto all’85 per cento attuale (fonte: Agenzia di Informazione).

Lui stesso ha dichiarato “Abbiamo potenziato le attività di controllo degli impianti di climatizzazione in maniera preventiva, nelle ore notturne, durante il giorno, mettendo a bordo delle nostre carrozze personale della ditta che esegue i lavori per noi insieme al personale di Trenitalia, quindi intervenendo anche durante la marcia del treno”.

Ieri pomeriggio ho viaggiato a bordo del regionale 3177 da Firenze SMN a Livorno Centrale. Già prima della partenza l’aria condizionata non era in funzione in nessuna delle carrozze. Il personale di cui parla Iacono è effettivamente intervenuto prima della partenza, cercando di far funzionare l’impianto purtroppo senza successo. Per “fortuna” i finestrini del Vivalto erano sbloccati e abbiamo comunque potuto viaggiare con un po’ di aria in circolo, ovviamente caldissima.

Come testimonia questa foto pubblicata su FB da un pendolare che era a bordo dello stesso treno, il display interno alla carrozza segnava una temperatura esterna di 34°C e una temperatura interna di 36°C. TRENTASEI GRADI. Nemmeno dentro una sauna li sopporterei.

Temperatura interna Vivalto - 36 gradi

L’ultima parte del tragitto, da Pisa Centrale a Livorno Centrale, l’ho fatta in piedi, perchè non riuscivo più a stare seduta, tanto era il sudore che avevo addosso (e sia chiaro, copro sempre il sedile del Vivalto con un pareo quando indosso gonne, per evitare che la mia pelle si fonda con la pelle del sedile).

Mi sfogo su Twitter con qualche post, arrivo a destinazione e mi godo la serata in famiglia. Non posso darla sempre vinta al pendolarismo e al cattivo umore!

Questa mattina mi viene segnalato un post di un utente/pendolare che su FB espone il suo più che condivisibile punto di vista sulla questione aria condizionata e condizioni umane di viaggio. Ho deciso quindi di scrivere questo articolo e di riportare qui il contenuto del suo post:

In genere non uso Facebook per qualcosa di serio, ma in questi giorni mi sono veramente scocciato. Se c'è una cosa peggiore del dover affrontare il caldo assurdo è affrontarlo all’interno di un treno, senza aria condizionata, con i finestrini sigillati, talmente pieno da non riuscire a prendere il cellulare dallo zaino senza dover chiedere scusa a quattro persone vicine.
Rimpiango i tempi in cui giravano i vecchi regionali senza aria condizionata ma in cui potevi aprire semplicemente un finestrino per evitare lo svenimento. Cari signori di Trenitalia, ma se non siete in grado di mantenere in efficienza i mezzi con gli abbonamenti salati che vi paghiamo ogni mese, perché non la smettete di costruire treni con aria condizionata, monitor e via dicendo che necessitano di un minimo di manutenzione e non vi rivolgete al mercato indiano? In questo modo, la prossima volta , potrei decidere di restare appeso su di un lato del treno o salire sul tetto. Avrei comunque un’alternativa allo svenimento sicuro.
Dove lavoro ci diciamo che dobbiamo conoscere e comprendere le esigenze e i bisogni dei clienti, aiutarli, provare ad usare quello che vendiamo. Ma il buon Presidente Marco Zanichelli, l’amministratore delegato Vincenzo Soprano, i consiglieri Barbara Morgante, Francesco Rossi, Stefano Savino hanno mai provato ad usare un treno regionale sigillato con aria condizionata rotta ad Agosto? Probabilmente no.. Ecco provateci… ma prima di salire salutate con affetto i vostri cari.
Mi sono più volte detto che sembriamo animali da macello trasportati senza rispetto. Purtroppo mi sbagliavo. Se vi capita date una lettura al regolamento (CE) n. 1/2005 del Consiglio, del 22 dicembre 2004, sulla protezione degli animali durante il trasporto e le operazioni correlate che modifica le direttive64/432/CEE e 93/119/CE e il regolamento (CE) n. 1255/97.
http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=URISERV%3Af83007
Riporto alcuni passi:
“Questo testo disciplina il trasporto degli animali vertebrati vivi all’interno dell’Unione europea (UE), qualora il trasporto sia effettuato in relazione con una attività economica, al fine di non esporre gli animali a lesioni o a sofferenze inutili e assicurare condizioni conformi alle loro esigenze di benessere”, “Le autorità competenti devono organizzare controlli nei momenti chiave del trasporto”, “I veterinari ufficiali devono anche verificare lo stato degli animali e la loro idoneità a proseguire il viaggio”, “Il regolamento prevede un’attrezzatura di migliore qualità nei mezzi di trasporto, in particolare un dispositivo per la regolazione della temperatura (ventilazione meccanica, registrazione della temperatura, sistema d’allarme nella cabina del conducente)”.
C’è anche un proposto sulla “densità di carico di animali”.
Ovvero se un trasportatore di animali vivi applicasse le stesse regole di Trenitalia sarebbe passibile di multe e di un fermo. Buon viaggio a tutti.
‪#‎trenitalia‬ ‪#‎ferrovie‬ ‪#‎fateridere‬ ‪#‎treno‬ ‪#‎ritardo‬ ‪#‎record‬”

Posted by Filippo Turini on Tuesday, July 14, 2015

Chissà se Iacono vorrà prendere spunto da questo interessante post. Domani è il 16 luglio, avremo raggiunto il 90% di copertura sui treni regionali toscani?

PS: ho preso spunto dalle dichiarazioni fatte dal direttore dell’area trasporto regionale per parlare dell’aria condizionata sui regionali in estate, ma è ovvio che quanto detto a proposito della Toscana è valido anche per tutte le altre regioni italiane. E lo stesso discorso potremmo farlo questo inverno a proposito del riscaldamento, ça va sans dire!

Mummyinprogress: vita di una mamma pendolare

Ho fatto la conoscenza (virtuale) di Mummyinprogress solo qualche giorno fa, attraverso il mio e il suo blog, ma devo dire che c’è stata subito una certa empatia.

Capito che avevo di fronte a me una neo mamma pendolare, ho pensato che potesse essere interessante conoscere meglio lei e il suo pendolarismo. Da una parte per rassicurare tutte quelle ragazze che per ora sono solo pendolari, ma che si chiedono come sarà un giorno essere una pendolare mamma, dall’altra, per essere di conforto a tutte quelle mamme pendolari che magari credono di vivere particolari ansie e preoccupazioni che invece, nella realtà, sono condivise dalla maggior parte delle mamme pendolari.

Questa intervista è anche l’occasione per far conoscere il “Manifesto della Mamma Pendolare” che Mummyinprogress ha redatto e pubblicato da pochi giorni nel suo blog. Vi invito a leggerlo anche se non siete mamme, perché potreste riconoscervi nelle sue parole più di quanto pensiate!

Sei diventata prima mamma o pendolare?

Domanda difficile! Diciamo che sono sempre stata pendolare “dentro”: pendolare al Liceo, ho avuto amori pendolari e poi, se hai vissuto a Roma, sei pendolare pur abitando nella stessa città.
Pensando alla mia nuova storia di pendolarismo, allora no, sono diventata prima mamma, 11 mesi fa.

Come hai vissuto l’attesa della nascita? È stato difficile continuare a pendolare? Gli altri pendolari come si sono comportati?

Durante l’attesa sono stata pendolare in town (quando impieghi oltre 45 min. per raggiungere il posto di lavoro e cambi almeno due mezzi pubblici, credo si abbia tutto il diritto di definirsi pendolari). È stato difficile al punto di aver dovuto lasciare anticipatamente il lavoro: da un lato c’erano le nausee, dall’altro il sovraffollamento degli autobus e metro che non rendevano le condizioni di viaggio adatte a una donna in attesa (tipo dover viaggiare in piedi contro le porte degli autobus o in uno scomodo corpo a corpo con gli altri passeggeri). Purtroppo devo dire che c’è un generale disinteresse verso i pancioni: sono state di gran lunga maggiori le volte in cui ho chiesto il posto (e solo quando particolarmente affaticata) di quelle in cui mi è stato ceduto spontaneamente. Di solito la tecnica è fare il vago, e rispondere alla richiesta “Ah, scusi. È incinta? Non me ne ero accorto” (no, non sono incinta, ho mangiato un’anguria, intera!). Non voglio cadere in generalizzazioni perché ci sarà chi commenterà dicendo “non è vero, io lo faccio sempre”, ma quello che posso dire dalla mia esperienza è che è più propensa a cedere il posto una donna che un uomo.

Quali sono i pensieri, le preoccupazioni che accompagnano la “nascita” del proprio pendolarismo?

Superata l’idea che il proprio figlio sopravvivrà benissimo senza di te, la preoccupazione maggiore è legata al “non esserci” in alcuni momenti fondamentali (io ero ossessionata dall’idea di perdere ad esempio la sua prima parola, o i suoi primi passi, invece ha camminato da sola per la prima volta proprio il giorno della festa della mamma!) e al timore che si affezioni alla persona con cui trascorre più tempo (nel mio caso il papà, capisci che tragedia sarebbe?!), ma per il momento almeno, la mamma resta in cima alle sue preferenze.

Come si affronta una nuova vita da pendolare? Come ci si organizza?

C’è una regola universale che vale per tutte le mamme: lasciare i propri figli in mani fidate, onde evitare di passare tutto il giorno al telefono per assicurarsi che il pargolo abbia a) fatto merenda b) fatto il riposino c) fatto la cacca. Le soluzioni sono diverse e varie a seconda dell’età del bambino e della rete familiare che si ha intorno o meno. Noi abbiamo scelto di vivere fuori città da un lato per beneficiare dell’appoggio dei nonni, dall’altro perché apprezziamo una vita più a misura d’uomo e meno di traffico. In molti scelgono la soluzione del nido; per il momento abbiamo deciso di fare qualche sacrificio in più e posticipare il più possibile. La seconda regola è delegare: cercare di lasciare fare agli altri (che siano familiari o aiuti a pagamento) ciò che riguarda la casa, perché se il tempo che si ha a disposizione con i figli si riduce pendolando, allora deve essere almeno un tempo di qualità.

Come si combina la vita da mamma e la vita da pendolare? Si influenzano reciprocamente o sono due mondi separati?

Sono due mondi che si influenzano assolutamente! Basta guardare il comportamento di una donna che viaggia per capire se è mamma o meno: proprio dall’osservazione, oltre che dalla mia esperienza, mi sono divertita a buttare giù quello che chiamo il “Manifesto della Mamma Pendolare” perché ci sono dei tratti che accomunano tutte le mamme, in primis la fretta di tornare a casa e tutte le annesse strategie per abbreviare i tempi il più possibile!

Come passi il tempo in treno? Ne fai un arco temporale dedicato solo a te o la tua vita di mamma non ti lascia mai?

Vorrei rispondere romanticamente un “la vita di mamma non ti lascia mai”… Invece no, io ne approfitto alla grande per fare tutto quello che non faccio quando sono a casa: blog, social, leggo ed essendo un’appassionata guardo le serie TV! È un tempo che dedico a me stessa in maniera “sana” e che mi consente di ricaricarmi e dedicarmi a lei quando torno a casa.
Da poco ho stretto amicizia con un’altra mamma pendolare, spesso viaggiamo insieme e va da se’ che l’argomento principale sono i bambini, anche perché molto vicini come età. Poi ci sono i whatsapp del Daddy che mi aggiornano sullo stato dell’arte della figliola. Quindi se da un lato il viaggio è una parentesi dalla vita di mamma, dall’altro una volta che sei mamma non smetti mai di esserlo!

Se il “Manifesto della Mamma Pendolare” vi è piaciuto, Mummyinprogress mette a disposizione un apposito widget da caricare sul proprio blog e vi invita ad utilizzare l’hashtag #mammapendolare:
Mamma pendolare

“La ragazza del treno” di Paula Hawkins

La ragazza del treno di Paula Hawkins

“Non guarderete mai più da un finestrino con gli stessi occhi”. È proprio vero!

Ieri sera ho terminato la lettura del romanzo “La ragazza del treno” che la casa Editrice Piemme mi ha inviato in anteprima. Il libro Paula Hawkins, già un successo negli USA e in UK, è finalmente disponibile a partire da oggi 23 giugno 2015 anche in Italia.

Ho iniziato la lettura del libro una settimana fa. Non sono abituata a leggere, di solito mi viene sonno dopo aver letto poche righe. Questa è la causa principale per cui non leggo praticamente mai. Se lo faccio a letto crollo dopo un secondo, stessa cosa vale per il divano. Idem per il treno.

Quando ho accettato l’invito della casa editrice sapevo che avrei dovuto fare uno sforzo per arrivare fino alla fine del libro. Inizio la lettura in treno, del resto con un titolo del genere mi sembrava la location più adatta.

Faccio la conoscenza di Rachel, protagonista del libro e la trovo subito strana. Ha dei comportamenti che non capisco (ma che capirò in seguito) e altri molto familiari. Sono quelli che qualsiasi pendolare mette in atto. Lei si guarda intorno, studia i passeggeri che viaggiano con lei, siede sempre lato finestrino (come me) e durante il tragitto guarda fuori. La sua attenzione viene catturata da una coppia che vive in una delle case visibili dai binari. Tutti i giorni il treno si ferma al semaforo e lei può assaporare un breve spaccato della vita di quella coppia.

Mi ha ricordato tutte le volte che passando in treno tra Pontedera e Pisa vedo le villette a schiera poco distanti dai binari. Tante volte mi sono chiesta come è vivere in quelle villette. Il rumone dei treni che passano non sarà troppo molesto? Oppure dopo un po’ non ci si fa più caso? Purtroppo (o per fortuna) non mi è mai capitato di vedere anche chi abita in quelle villette, per cui non ho mai avuto modo di immaginare la loro vita.

Rachel invece si affeziona a quella coppia, fantastica sulla loro vita e sui loro progetti, fino a che un giorno vede qualcosa che sconvolge ogni sua certezza e che cambierà per sempre la sua stessa vita.

Tranquilli, mi fermerò qui, non c’è alcun rischio di spoiler nel continuare la lettura di questo post. Quello che posso dirvi è che da quel momento la lettura del libro mi ha coinvolto in un modo che non credevo possibile.

La ragazza del treno - curiosità

Sono rimasta ipnotizzata, completamente catturata da quelle pagine, dai colpi di scena e dal susseguirsi degli eventi. Fino al colpo di scena finale, un finale del tutto inaspettato.

Che altro posso dire? A me questo libro è piaciuto, se fossi in voi lo leggerei.

In treno con topolino, le americane e i chiacchieroni

Ieri pomeriggio nel viaggio di ritorno sono stata intrattenuta da compagni di viaggio un po’.. bizzarri! Seduto davanti a me c’era un uomo di mezza età, capelli brizzolati e occhiali da vista. Occhi puntati sul suo smartphone, non ho potuto fare a meno di notare la sua cover del telefono. Di colore nero/verde, aveva stampata al centro l’immagine di topolino. Mi è sembrato un po’ strano per un uomo di quell’età. Poco dopo la partenza del treno, ha collegato gli auricolari al telefono e ha iniziato ad ascoltare la musica ad alto volume, tanto che anche io potevo ascoltarla. Musica tosta, in netta contraddizione con la sua figura e con topolino!

Topolino e le americane in treno

Dietro di lui sentivo chiacchierare 5 ragazze americane, le tipiche ragazze americane in vacanza in Italia. Shorts, camicietta smanicata, infradito o ballerine, capelli super ordinati e trucco perfetto. Non ho mai capito come si possa stare in giro tutto il giorno e sembrare sempre appena uscite di casa, ma questa è un’altra storia. Chiacchieravano animatamente, mi piaceva ascoltarle e guardarle perché fantasticavo sul loro viaggio, sulle prossime mete e un po’ anche sulle loro vite. Sembravano il ritratto della salute, borraccia con acqua al seguito, perché l’idratazione è importante quando si cammina molto.

Alla mia destra invece c’erano due uomini, uno sarebbe sceso a Pisa, l’altro proseguiva per Livorno. Non si conoscevano, ma sono bastate poche battute prima che il treno partisse per far sì che continuassero a parlare per tutto il viaggio, entrando anche in dettagli intimi della loro vita privata, come se si conoscessero da sempre. Il primo stava rientrando da Milano, era salito sul treno di corsa, riuscendo a prendere la coincidenza giusto in tempo. Doveva fare tre telefonate e le ha fatte tutte, nonostante gallerie e un segnale presente a singhiozzo.

Uomini senza privacy in treno

Parlavano di treni, di capotreni, di donne e di tradimenti. Il livornese lamentava che la tecnologia e i social network ormai gli hanno tolto ogni forma di privacy. La sua ragazza riesce a capire se sta chattando dal pc di casa o dal cellulare e quindi lui non può più mentire su dove si trova. L’altro gli rispondeva che ormai bisogna stare attenti. In me hanno suscitato la solita domanda, ovvero: se dovete affannarvi tanto per nascondere quello che in realtà vorreste fare, perché non lo fate e basta, senza la persona da cui pensate di dovervi nascondere? Questa necessità di vivere sempre e comunque in coppia non la capisco, ma poi ho pensato che il mio è il punto di vista di una donna e ho smesso di farmi domande.

Poco prima dell’arrivo a Pisa il gruppo di ragazze americane mi ha riservato una sopresa del tutto inaspettata. Tra una chiacchiera e l’altra, una di loro ha tirato fuori dalla borsa un cartone di vino rosato Conad. Immagino non fosse nemmeno troppo fresco, ma se lo sono passato di mano in mano e ognuna ne ha bevuto un sorso, gustandolo come se fosse il più pregiato dei vini. Credo di aver sgranato gli occhi dallo stupore, le super healty american girls con un cartone di vino stile barbone? Le vedevo già sulla copertina di Sport Illustrated e invece…

Il treno è arrivato a Pisa, l’uomo con la cover di topolino, le ragazze americane e il pisano rientrato da Milano sono scesi. Siamo rimasti io e il livornese privo di privacy. Senza le chiacchiere delle ragazze americane, i discorsi di un gruppo di pendolari seduti dietro di me si sono fatti più nitidi. Parlavano dei loro programmi per il ponte del 2 giugno. Uno di loro ha detto “io la prossima settimana lavoro solo un giorno. Faccio il ponte per il 2, rientro mercoledì e poi giovedi e venerdì non ci sono perchè giovedi ho…”. Conclude la frase bisbigliando, perché evidentemente non voleva far capire a tutti il motivo della sua assenza, se non alle persone sedute proprio accanto a lui. Dallo stupore però una delle sue compagne di viaggio non è riuscita a trattenersi ed ha eclamato “DUE GIORNI PER UNA COLONSCOPIA?”.

Presto tutto il vagone ha capito come mai il malcapitato sarebbe stato via dal lavoro la prossima settimana. Capita la gaffe, la ragazza ha continuato a parlare a bassa voce, dopo aver fatto un’ultima battuta a voce alta: “va bè, tanto ormai l’hanno capito tutti che devi fare una colonscopia!”.

Arrivati a Livorno c’è stato il tempo per assistere ad un’ultima scena romantica e divertente allo stesso tempo. Appena scesa vedo una ragazza correre verso uno dei viaggiatori appena arrivati. Ho immaginato che fosse il suo ragazzo, perché gli è saltata al collo e i due si sono lasciati trasportare da un bacio appassionato. Sono sempre belle scene da vedere alla stazione. Il romanticismo è stato però spezzato da un capotreno che sostava lungo il binario. Non ha potuto fare a meno di notare il bel fondoschiena della ragazza abbracciata al fortunato fidanzato. Guardava e camminava, guardava e continuava a camminare fino a che non si è fermato, giusto prima di cadere nelle scale che portano al sottopassaggio.

Non c’è che dire, il viaggio di ritorno di ieri è stato sicuramente interessante!

In viaggio verso il 4° raduno pendolare – gli smartphone

Ho già avuto modo di dirlo, il viaggio verso il nostro 4° raduno di blogger pendolari è stato un po’ movimentato. Il tragitto Firenze SMN – Roma Termini è stato animato da una rumorosa gita scolastica, ma la seconda parte del viaggio Roma Termini – Napoli Centrale non è stata da meno.

Dopo l’affollamento e il caos della prima parte di tragitto, una volta ripartiti da Roma, la carrozza 6 su cui viaggiavamo era poco affollata. Era salito qualche nuovo viaggiatore, ma nel complesso non c’erano molte persone. Sembrava che finalmente ci saremmo potuti rilassare e godere il viaggio, ma quando il treno aveva da poco lasciato la stazione abbiamo iniziato a sentire in lontananza una voce. Un passeggero in fondo alla carrozza stava tranquillamente guardando un video attraverso il suo smartphone o tablet senza l’uso degli auricolari. Questa è una delle cose che più mi innervosisce a bordo di un treno, ma visto che quel giorno non era un giorno di ordinario pendolarismo, perché ero con mio marito, stavamo andando a Napoli dove avrei rivisto persone care e avrei visitato una città mai vista prima, ho deciso che avrei avuto un atteggiamento più zen del solito e ho ignorato quel rumore di fondo.

Poco dopo la mia pazienza è stata messa nuovamente a dura prova da un altro viaggiatore che aveva deciso di intrattenersi con un gioco installato nel suo smartphone, al quale giocava con la suoneria attiva e senza l’uso degli auricolari. Capisco il desiderio di passare il tempo giocando, a tutte le età, lo comprendo. Ma qual è la necessità di far sentire a tutti la musica che lo accompagna? Con lo sguardo ho incrociato gli occhi di mio marito, decisamente meno abituato a viaggiare in treno e ad assistere a certi comportamenti. Ho visto nel suo volto la pazienza lentamente svanire.

Il colpo di grazia è arrivato quando una viaggiatrice accanto a noi non ne ha voluto sapere di inserire la vibrazione al suo smartphone, nonostante questo continuasse a suonare ogni due minuti. Non credo stesse ricevendo messaggi da qualcuno, credo semplicemente che essendosi connessa alla wi-fi di Italo Treno avesse problemi con i server di posta e questo le generasse continue richieste di verifica dell’account. Qualsiasi fosse il motivo, in ogni caso, quel trillo simile al campanello di una bici ha fatto definitivamente perdere la pazienza a mio marito che, da buon toscano, ha esclamato a voce alta “ma questa bicicletta?”. Purtroppo nessuno si è scomposto, il campanello della bici ci ha accompagnato fino a Napoli.

Prima o poi troverò il coraggio in queste situazioni per alzarmi, sedermi accanto al maleducato di turno e aspettare la sua reazione quando avrò iniziato a comportarmi esattamente come lui. Qualcuno guarda un video senza auricolari? Io mi siedo accanto e faccio lo stesso. Qualcuno conversa al telefono a voce alta? Io mi siedo accanto e faccio lo stesso. Qualcuno gioca con suoneria attiva? Io mi siedo accanto e faccio lo stesso.

Sarebbe un po’ come dare una dimostrazione inversa del “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Se non temessi di trovare qualcuno che possa reagire violentemente, giuro che lo farei!

Oleodotto rotto e treni fermi

La giornata di ieri si può riassumere così: un oleodotto rotto e tanti treni fermi. Nella zona di San Miniato (PI) c’è stato un tentativo di furto di carburante dall’oleodotto dell’Eni che collega Livorno a Calenzano (Firenze) che, tra i vari disagi, ha completamente mandato in tilt la circolazione dei treni tra Pisa e Firenze.

Il mio treno 3100 è regolarmente partito alle 6:12 da Livorno, ma a Pontedera, intorno alle 6:40 si è fermato: “si avvisano i signori viaggiatori che a causa di una fuga di gas questo treno resterà fermo alla stazione di Pontedera. Seguiranno aggiornamenti”. Un annuncio di questo tipo significa solo una cosa: il problema è serio e la perdita di tempo è inquantificabile.

Molte persone iniziano a scendere dal treno cercando di sfruttare un piano B elaborato all’istante. Intanto il capotreno ci fa sapere che il treno su cui eravamo sarebbe tornato indietro verso Pisa e che Trenitalia stava organizzando dei bus sostitutivi tra Empoli e Pontedera. Un fiume di gente ha iniziato a dirigersi verso il piazzale della stazione. Mi è bastato un attimo per capire che l’opzione “bus sostitutivo” non era praticabile, c’era veramente tantissima gente.

Frustrata dalla situazione mi rimetto in viaggio verso Pisa, valutanto due opzioni: prendere un treno per Lucca e da lì un altro per Firenze oppure andare all’aeroporto di Pisa e prendere un Terravision direzione Firenze. L’opzione “prendo ferie e torno a casa” non era contemplata, visto che mi era già capitata all’inizio del mese.

Alla fine ho optato per il tragitto in treno via Lucca e quindi arrivata alla stazione di Pisa ho fatto una corsa al binario 4 e sono salita al volo sul treno. Era stracolmo! Tanti pendolari come me stavano tentando quella soluzione per raggiungere Firenze, mentre alcune gite scolastiche si vedevano costrette a tornare verso casa vista l’impossibilità (momentanea) di raggiungere Firenze.

Mi sono rivolta subito al personale delle ferrovie a bordo del treno per spiegare che non avevo il biglietto, ma che avrei voluto farlo. In quel caos, mi è stato detto “non lo fare, tanto non passa”. Io: “come non lo fare? E se poi passa che gli dico?”, lui: “digli che te l’ho detto io”. Non si riusciva nemmeno a fare un passo in quel treno, per cui per una volta.. ho viaggiato gratis! I vagoni erano pienissimi, ho trovato rifugio in un gabbiottino una volta luogo di lavoro del macchinista.

All’arrivo a Lucca sono scesa dal treno e ho incrociato il capotreno che senza nemmeno chiedere quale coincidenza dovessi prendere (perchè tanto mi si leggeva in faccia che la dovevo prendere) mi ha detto “binario 4”. E infatti pochi minuti dopo al binario 4 è passato il treno diretto a Firenze SMN. Ho tirato un sospiro di sollievo, ero in ritardo ma almeno avevo preso tutte le coincidenze e stato viaggiando verso Firenze.

Il treno ha comunque accumulato un po’ di ritardo e il capotreno è passato vagone per vagone ad annunciarlo. Sul momento non capivo il perché di quel gesto (non poteva usare l’altoparlante?), ma poi ha chiesto “c’è qualcuno che deve prendere coincidenze?”. E lui si è messo lì a rispondere, persona per persona, alle varie esigenze e a fornire soluzioni alternative in caso di coincidenza persa. Tutti i passeggeri hanno apprezzato questa sua gentilezza.

Intorno alle 10 e 10 il treno è arrivato a SMN e in pochi minuti ero in ufficio dove finalmente sono riuscita a prendere il primo caffè della giornata. Mi sono messa al lavoro con una grande incognita che mi ronzava per la testa: come avrei fatto per tornare a casa? Trenitalia aveva fatto sapere che la linea sarebbe rimasta interrotta “almeno fino alle 18”.

E infatti poco prima delle 18, insieme ad una collega diretta a Pisa, sono andata di nuovo alla stazione. Siamo salite sul 23369 delle 17:53 diretto a Pisa Centrale. Poco dopo è stato annunciato che sarebbe partito con 25 minuti di ritardo. Quindi siamo riscese per valutare soluzioni alternative e mentre stavamo raggiungendo il monitor per visionare tutti i treni in partenza siamo state intervistate da una simpatica giornalista del Corriere Fiorentino alla quale abbiamo raccontato la nostra odissea.

Il ritardo di 25 minuti improvvisamente si è ridotto a 10 e quindi di corsa siamo risalite nuovamente a bordo e finalmente ci siamo messe in viaggio verso Pisa. Ci siamo arrivate con 15 minuti di ritardo, ho provato a chiedere al capotreno quali coincidenze avrei trovato per Livorno ma quel capotreno era un po’ diverso da quello che avevo incontrato la mattina e infatti mi ha risposto “le coincidenze per Livorno ci sono sempre” e io “si lo so, avrei voluto sapere un orario preciso, ma lo guardo da me”. Si deve essere risentito per quel mio tono sarcastico visto che poi si è messo alla ricerca: “c’è un treno alle 19:13 ma credo che non faremo in tempo, quello dopo c’è alle 19:32”. Visti i ritardi che comunque i treni continuavano ad avere ieri pomeriggio ho chiesto “ma quello delle 19:32 viaggia in orario?” e lui “ma.. penso di si”.

Conoscendo i miei polli, prima ancora di scendere a Pisa ho controllato dal mio telefono e ho visto che il treno viaggiava con 18 minuti di ritardo. Appunto! Armata di un ultimo barlume di pazienza mi metto in attesa del treno, indecisa se aspettare quello o se prendere direttamente quello delle 19:45 diretto a Roma Termini. Visto che il treno in ritardo non arrivava, mi sono diretta verso il binario 4 (di nuovo!) per prendere quello delle 19:45 segnalato in orario. Ovviamente quello delle 19:32 in ritardo è arrivato e ripartito prima dell’altro, ma poco importa. Alla fine verso le 20 sono finalmente arrivata a Livorno Centrale.

Giornate così ti fanno sempre riflettere e giungere a diverse conclusioni:
– le pene per chi tenta furti di questo tipo e crea disagi ai pendolari dovrebbero essere non solo il carcere ma anche “passare un’ora in pasto a dei pendolari inferociti”. La prossima volta ci pensi due volte prima di tentare il furto.
– la app Pronto Treno è forse una delle poche cose che funziona veramente nel mondo di Trenitalia, sono riuscita ad avere info in tempo reale sui ritardi del treno e ad acquistare il biglietto Lucca-Firenze in pochi secondi.
– il team di Muoversi in Toscana è stato molto utile e collaborativo nella diffusione delle info e degli aggiornamenti.
– se hai due treni disponibili, devi prendere SEMPRE quello previsto in partenza per primo.
– la scelta di evitare il bus sostitutivo la mattina si è rivelata vincente, ho saputo di pendolari rientrati a Pisa intorno alle 11 perché era impossibile prendere un bus.

Questa mattina il treno è arrivato a Firenze con 20 minuti di ritardo: “Trenitalia informa che a causa del danneggiamento alla linea aerea da parte di un treno merci sul binario “Mezzaluna ” (collegante direttamente Tombolo con Pisa San Rossore), la circolazione è stata perturbata nella stazione di Pisa Centrale.”.

Meno male che è venerdì.

In viaggio verso il 4° raduno pendolare – la gita scolastica

Come ho anticipato nel post dedicato al racconto del nostro ultimo raduno pendolare a Napoli, il viaggio di andata da Firenze SMN a Napoli Centrale è stato ricco di spunti. In questo post mi soffermerò sulla prima parte del tragitto: Firenze SMN – Roma Termini.

Che sarebbe stato un viaggio travagliato l’abbiamo capito subito. Binario 13, ItaloTreno delle 15:08. I nostri posti sono nella carrozza numero 6. Cerchiamo di capire attraverso i monitor disposti lungo il binario a quale altezza sarebbe arrivata la carrozza 6. In lontananza vediamo un gruppo di ragazzi delle scuole superiori di rientro da una gita scolastica.

Dico a mio marito “ti prego, dimmi che non siamo nella stessa carrozza”. Detto, fatto. Eppure la convivenza nel periodo universitario con due ragazze napoletane mi aveva insegnato che per scaramanzia certe cose non vanno mai dette, ma è più forte di me!

Salire a bordo del treno sembra un’operazione già abbastanza complicata. Tra i ragazzi della gita c’è una ragazza disabile che ha bisogno di un apposito elevatore per salire, ma il resto della classe non sembra intenzionato a darle la precedenza. Forse per il timore di perdere il treno, forse per maleducazione, tutti si accalcano davanti alla porta della carrozza 6, impedendo ai viaggiatori in arrivo di scendere.

Le professoresse non sembrano in grado di gestire la situazione, tanto che alla fine uno degli assistenti del servizio disabili si mette a dirigere il traffico: “ragazzi, lasciate scendere le persone e iniziate a salire dall’altra porta così qui facciamo salire la vostra compagna”. Lo dovrà ripetere più volte perché l’intero gruppo, insegnanti compresi, sono nel panico e quindi poco recettivi a questa semplice quanto chiara istruzione.

Noi assistiamo attoniti alla scena e pazientemente aspettiamo che l’intera classe si sia sistemata prima di salire. Superato il piccolo corridoio che separa la porta dai primi sedili del vagone, ci rendiamo conto che ancora non tutti sono seduti. E a ricordarcelo è l’insegnante che con fare “pacato” urla: “noi abbiamo i posti dal 23 al 26. Si è seduto qualcuno a quei posti? DAL 23 AL 26. FORZA CHE CI SONO ALTRE PERSONE CHE SI DEVONO SEDERE!”.

Dopo qualche minuto finalmente siamo tutti seduti. Il treno parte e tra i ragazzi c’è chi crolla in un sonno profondo (meno male qualcuno dorme!), chi ascolta la musica (e canta senza rendersi conto che tutti lo stanno ascontando) e chi parla con i propri compagni. Di certo non si può pretendere che stiano in silenzio. Sono pur sempre dei ragazzi di 16-17 anni in gita, anche se stanno rientrando nella loro città c’è sempre quell’euforia diffusa di chi si è allontatato da casa e inizia a sentirsi grande.

Urla e schiamazzi ogni tanto superano il limite e allora una delle insegnanti è costretta ad intervenire: “tu, la smetti di urlare?”. “Ma professore’, non sono solo io”, come se questo lo rendesse meno colpevole. Avanti e indietro una, due, tre, quattro volte, senza troppo successo, fino a che l’insegnante non decide di viaggiare in piedi in mezzo a quel gruppetto di ragazzi più indisciplinati.

Mi sorprende molto vedere che nemmeno questo li dissuade dal prendersi in giro reciprocamente, parlare a voce alta e ridere sguaiatamente. L’insegnante è lì, sguardo perso nel vuoto di chi è provato da giorni di gita scolastica e forse anche per questo non riesce ad imporre la sua autorità. Dopo un ultimo richiamo (caduto nel vuoto), torna a sedersi.

Per fortuna Italo sfreccia ad alta velocità e in un’ora e mezzo siamo a Roma. Poco prima di scendere, l’altra insegnante, con un po’ più di autorevolezza, dice a tutti di iniziare a prepararsi dieci minuti prima dell’arrivo del treno, per scendere tutti in maniera ordinata. Apprezziamo molto il suo tentativo.

Poco prima di prepararsi i ragazzi cominciano a tornare all’amara realtà: “oh, ma martedì c’è il compito di inglese?”. “Sì, sui verbi”. “Ihhhh sui verbi? Guarda che è difficile eh”. “Ma che difficile, i verbi li sai”. “Si li sai, ma te l’immagini quando te comincia a chiede il presente de quello, il passato de quell’altro. Te impicci, co i verbi te impicci”. Nonostante i ricordi del liceo linguistico siano ormai lontani, devo ammettere che la ragazza dall’aria da prima della classe che teme di “impicciarsi” forse non ha tutti i torti.

È arrivato il momento di prepararsi. “Aò, m’aiuti a tira’ giù la valigia? Dai che non c’arivo”. “Ferme, ferme, ve le tiro giù tutte io”. Per fortuna la cavalleria ancora esiste.

La classe è finalmente scesa e senza aver appreso la lezione della partenza esclamo “speriamo che ora non salga un’altra gita di ritorno verso Napoli”. Mio marito mi guarda terrorizzato, ma per fortuna nessuno studente sale a bordo.

In compenso ci ha pensato qualcun altro a disturbare l’ultima parte del viaggio. Ma di questo vi parlerò in un altro post.