In viaggio verso il 4° raduno pendolare – la gita scolastica

Come ho anticipato nel post dedicato al racconto del nostro ultimo raduno pendolare a Napoli, il viaggio di andata da Firenze SMN a Napoli Centrale è stato ricco di spunti. In questo post mi soffermerò sulla prima parte del tragitto: Firenze SMN – Roma Termini.

Che sarebbe stato un viaggio travagliato l’abbiamo capito subito. Binario 13, ItaloTreno delle 15:08. I nostri posti sono nella carrozza numero 6. Cerchiamo di capire attraverso i monitor disposti lungo il binario a quale altezza sarebbe arrivata la carrozza 6. In lontananza vediamo un gruppo di ragazzi delle scuole superiori di rientro da una gita scolastica.

Dico a mio marito “ti prego, dimmi che non siamo nella stessa carrozza”. Detto, fatto. Eppure la convivenza nel periodo universitario con due ragazze napoletane mi aveva insegnato che per scaramanzia certe cose non vanno mai dette, ma è più forte di me!

Salire a bordo del treno sembra un’operazione già abbastanza complicata. Tra i ragazzi della gita c’è una ragazza disabile che ha bisogno di un apposito elevatore per salire, ma il resto della classe non sembra intenzionato a darle la precedenza. Forse per il timore di perdere il treno, forse per maleducazione, tutti si accalcano davanti alla porta della carrozza 6, impedendo ai viaggiatori in arrivo di scendere.

Le professoresse non sembrano in grado di gestire la situazione, tanto che alla fine uno degli assistenti del servizio disabili si mette a dirigere il traffico: “ragazzi, lasciate scendere le persone e iniziate a salire dall’altra porta così qui facciamo salire la vostra compagna”. Lo dovrà ripetere più volte perché l’intero gruppo, insegnanti compresi, sono nel panico e quindi poco recettivi a questa semplice quanto chiara istruzione.

Noi assistiamo attoniti alla scena e pazientemente aspettiamo che l’intera classe si sia sistemata prima di salire. Superato il piccolo corridoio che separa la porta dai primi sedili del vagone, ci rendiamo conto che ancora non tutti sono seduti. E a ricordarcelo è l’insegnante che con fare “pacato” urla: “noi abbiamo i posti dal 23 al 26. Si è seduto qualcuno a quei posti? DAL 23 AL 26. FORZA CHE CI SONO ALTRE PERSONE CHE SI DEVONO SEDERE!”.

Dopo qualche minuto finalmente siamo tutti seduti. Il treno parte e tra i ragazzi c’è chi crolla in un sonno profondo (meno male qualcuno dorme!), chi ascolta la musica (e canta senza rendersi conto che tutti lo stanno ascontando) e chi parla con i propri compagni. Di certo non si può pretendere che stiano in silenzio. Sono pur sempre dei ragazzi di 16-17 anni in gita, anche se stanno rientrando nella loro città c’è sempre quell’euforia diffusa di chi si è allontatato da casa e inizia a sentirsi grande.

Urla e schiamazzi ogni tanto superano il limite e allora una delle insegnanti è costretta ad intervenire: “tu, la smetti di urlare?”. “Ma professore’, non sono solo io”, come se questo lo rendesse meno colpevole. Avanti e indietro una, due, tre, quattro volte, senza troppo successo, fino a che l’insegnante non decide di viaggiare in piedi in mezzo a quel gruppetto di ragazzi più indisciplinati.

Mi sorprende molto vedere che nemmeno questo li dissuade dal prendersi in giro reciprocamente, parlare a voce alta e ridere sguaiatamente. L’insegnante è lì, sguardo perso nel vuoto di chi è provato da giorni di gita scolastica e forse anche per questo non riesce ad imporre la sua autorità. Dopo un ultimo richiamo (caduto nel vuoto), torna a sedersi.

Per fortuna Italo sfreccia ad alta velocità e in un’ora e mezzo siamo a Roma. Poco prima di scendere, l’altra insegnante, con un po’ più di autorevolezza, dice a tutti di iniziare a prepararsi dieci minuti prima dell’arrivo del treno, per scendere tutti in maniera ordinata. Apprezziamo molto il suo tentativo.

Poco prima di prepararsi i ragazzi cominciano a tornare all’amara realtà: “oh, ma martedì c’è il compito di inglese?”. “Sì, sui verbi”. “Ihhhh sui verbi? Guarda che è difficile eh”. “Ma che difficile, i verbi li sai”. “Si li sai, ma te l’immagini quando te comincia a chiede il presente de quello, il passato de quell’altro. Te impicci, co i verbi te impicci”. Nonostante i ricordi del liceo linguistico siano ormai lontani, devo ammettere che la ragazza dall’aria da prima della classe che teme di “impicciarsi” forse non ha tutti i torti.

È arrivato il momento di prepararsi. “Aò, m’aiuti a tira’ giù la valigia? Dai che non c’arivo”. “Ferme, ferme, ve le tiro giù tutte io”. Per fortuna la cavalleria ancora esiste.

La classe è finalmente scesa e senza aver appreso la lezione della partenza esclamo “speriamo che ora non salga un’altra gita di ritorno verso Napoli”. Mio marito mi guarda terrorizzato, ma per fortuna nessuno studente sale a bordo.

In compenso ci ha pensato qualcun altro a disturbare l’ultima parte del viaggio. Ma di questo vi parlerò in un altro post.

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