Se non sopportate la gente non prendete i mezzi pubblici

Ieri, dopo un difficile pomeriggio di lavoro, ho preso il treno successivo a quello che prendo solitamente. Facendo più fermate, era più affollato di quello su cui viaggio normalmente.

Mi sono seduta nella prima carrozza in testa al treno, nella speranza che fosse un po’ più vuota, ma mi sbagliavo. In compenso, essendo piena di assidui pendolari, c’era una relativa calma e silenzio. Avevo bisogno di un po’ di musica per rilassarmi, quindi ho preso gli auricolari, acceso la musica e chiuso gli occhi nella speranza di schiacciare anche un pisolino.

Alla prima fermata a Firenze Rifredi la carrozza si è definitivamente riempita. Si è seduto accanto a me un uomo che ha iniziato a lavorare al suo PC. Dall’altra parte del corridoio, ad un certo punto ha squillato un cellulare, un ragazzo sui trenta-trentacinque anni risponde con un tono di voce onestamente un po’ alto. La telefonata è durata poco, ma la signora seduta dietro di noi deve aver fatto una qualche smorfia o commento perché appena terminata la telefonata il ragazzo ha esclamato “Signora, siamo su un mezzo pubblico e se le danno fastidio 30 secondi di conversazione al telefono forse non dovrebbe prenderli!”.

Non potevo credere alle mie orecchie! E soprattutto, non potevo tacere! Mentre la signora dietro di me deve aver esclamato qualcosa tipo “Impari l’educazione”, l’uomo accanto a me ha detto “un tono di voce un po’ più basso non ci stava male”. Rincaro la dose io con “un po’ di educazione sta bene sempre eh”.

Il ragazzo non sembrava ancora convinto e, rivolgendosi a tutti, ha ribadito “Se non sopportate la gente non prendete i mezzi pubblici”. Addio, lo stai veramente dicendo a me?! Si è sollevato un coro di voci che in maniera più o meno pacata cercava di far notare al ragazzo che il discorso andava semplicemente capovolto, ovvero “proprio perché sei su un mezzo pubblico devi avere più rispetto per le persone”. Il ragazzo continuava ad agitarsi fino a che non è stato sopraffatto dalle lamentele.

Ho pensato di concludere il mio intervento con un’ovvietà: “se sono già più di cinque le persone che te lo stanno facendo notare, qualcosa vorrà dire no?”. Non sono seguite risposte, o forse non le ho udite. Ho infatti riportato gli auricolari alle orecchie e ripreso ad ascoltare la musica. Il viaggio è proseguito in un piacevole silenzio.

Mattinata di ordinario pendolarismo

Una mattina come tante altre. Ho parcheggiato la macchina, sono salita (rigorosamente!) nella carrozza 2, ho salutato un amico pendolare con cui a volte condivido il viaggio. Ci siamo seduti, quattro chiacchiere con il treno ancora fermo in stazione, quando è arrivato lui: pendolare della tratta Livorno – Pontedera, lavoratore della Piaggio, molto alto, vestito con una tuta blu.

Tutte le mattine arriva con la sua Smart (nella quale entrerà a stento vista la sua altezza), la parcheggia e aspetta fino all’ultimo per salire in treno, arrivando a bordo sempre tutto trafelato. Non ho mai capito perché, ma pare che lo faccia per assicurarsi che la sua auto sia parcheggiata bene (una Smart!).

Devo essere sincera, è uno di quei personaggi un po’ strani, che ha sempre qualcosa di cui lamentarsi (Trenitalia, i ritardi, la politica..) cercando di trovare supporto anche nelle persone che non conosce (alle 6 di mattina!), ma che ispira comunque molta simpatia. Un gigante buono!

Ieri mattina, è salito a bordo del treno sempre con un po’ di fiatone, ha visto il mio compagno di viaggio (con il quale spesso parla) seduto lato corridoio, si è avvicinato e senza nemmeno dire buongiorno attacca con “Oh, ma questi tagli alla sanità?”.

Nonostante la drammaticità del tema, mi è scappata una risata che ho subito soffocato perché era evidente che il piglio con cui aveva iniziato la conversazione era serio, e non volevo mancargli di rispetto. Il mio compagno di viaggio risponde con un vago “Hai visto?!”. E lui ha incalzato “Che poi vedrai, ora iniziano con le visite, ma poi taglieranno anche sui medicinali. Io credevo che scherzassero e invece no!”. Sul “credevo che scherzassero” è partita una risatina generale, mista tra il divertito e l’isterico, visto quello di cui si parlava. La conversazione finisce comunque lì, con lo sconforto del nostro caro pendolare gigante che, rassegnato, è andato a sedersi.

Giusto il tempo di dire al mio compagno di viaggio “Lui mi fa morire!” che è arrivata verso di noi un’altra pendolare che con il tempo ho imparato a riconoscere. Vista la mia propensione a dormire in treno, non abbiamo mai scambiato due chiacchiere, mentre il mio compagno di viaggio sembra conoscerla bene.

Lei si è fermata accanto a lui per salutarlo “Ciao, ti saluto, domani è il mio ultimo giorno, poi inizio a lavorare qui a Livorno. Non so se ci rivedremo, magari in giro”. Dentro di me ho pensato “ecco, allora qualcuno prima o poi ce la fa! Anni di pendolarismo e poi finalmente arriva il momento in cui casa e lavoro sono nella stessa città”. L’ho guardata come un’eroina, cercando di trasmetterle con il mio sguardo tutta la mia ammirazione e gioia per lei.

Prima di andare a sedersi ha chiuso con una frase che mi ha stupito, ma fino ad un certo punto: “Eh sai, non ti credere, un po’ mi dispiace!”.

Riflettendoci, penso che potrebbe anche avere ragione. Se il pendolarismo è fatto anche di questo microcosmo di rapporti, che si costruiscono giorno dopo giorno, perderli improvvisamente, anche se a vantaggio di uno stile di vita probabilmente meno stressante, potrebbe essere comunque doloroso.

In treno con topolino, le americane e i chiacchieroni

Ieri pomeriggio nel viaggio di ritorno sono stata intrattenuta da compagni di viaggio un po’.. bizzarri! Seduto davanti a me c’era un uomo di mezza età, capelli brizzolati e occhiali da vista. Occhi puntati sul suo smartphone, non ho potuto fare a meno di notare la sua cover del telefono. Di colore nero/verde, aveva stampata al centro l’immagine di topolino. Mi è sembrato un po’ strano per un uomo di quell’età. Poco dopo la partenza del treno, ha collegato gli auricolari al telefono e ha iniziato ad ascoltare la musica ad alto volume, tanto che anche io potevo ascoltarla. Musica tosta, in netta contraddizione con la sua figura e con topolino!

Topolino e le americane in treno

Dietro di lui sentivo chiacchierare 5 ragazze americane, le tipiche ragazze americane in vacanza in Italia. Shorts, camicietta smanicata, infradito o ballerine, capelli super ordinati e trucco perfetto. Non ho mai capito come si possa stare in giro tutto il giorno e sembrare sempre appena uscite di casa, ma questa è un’altra storia. Chiacchieravano animatamente, mi piaceva ascoltarle e guardarle perché fantasticavo sul loro viaggio, sulle prossime mete e un po’ anche sulle loro vite. Sembravano il ritratto della salute, borraccia con acqua al seguito, perché l’idratazione è importante quando si cammina molto.

Alla mia destra invece c’erano due uomini, uno sarebbe sceso a Pisa, l’altro proseguiva per Livorno. Non si conoscevano, ma sono bastate poche battute prima che il treno partisse per far sì che continuassero a parlare per tutto il viaggio, entrando anche in dettagli intimi della loro vita privata, come se si conoscessero da sempre. Il primo stava rientrando da Milano, era salito sul treno di corsa, riuscendo a prendere la coincidenza giusto in tempo. Doveva fare tre telefonate e le ha fatte tutte, nonostante gallerie e un segnale presente a singhiozzo.

Uomini senza privacy in treno

Parlavano di treni, di capotreni, di donne e di tradimenti. Il livornese lamentava che la tecnologia e i social network ormai gli hanno tolto ogni forma di privacy. La sua ragazza riesce a capire se sta chattando dal pc di casa o dal cellulare e quindi lui non può più mentire su dove si trova. L’altro gli rispondeva che ormai bisogna stare attenti. In me hanno suscitato la solita domanda, ovvero: se dovete affannarvi tanto per nascondere quello che in realtà vorreste fare, perché non lo fate e basta, senza la persona da cui pensate di dovervi nascondere? Questa necessità di vivere sempre e comunque in coppia non la capisco, ma poi ho pensato che il mio è il punto di vista di una donna e ho smesso di farmi domande.

Poco prima dell’arrivo a Pisa il gruppo di ragazze americane mi ha riservato una sopresa del tutto inaspettata. Tra una chiacchiera e l’altra, una di loro ha tirato fuori dalla borsa un cartone di vino rosato Conad. Immagino non fosse nemmeno troppo fresco, ma se lo sono passato di mano in mano e ognuna ne ha bevuto un sorso, gustandolo come se fosse il più pregiato dei vini. Credo di aver sgranato gli occhi dallo stupore, le super healty american girls con un cartone di vino stile barbone? Le vedevo già sulla copertina di Sport Illustrated e invece…

Il treno è arrivato a Pisa, l’uomo con la cover di topolino, le ragazze americane e il pisano rientrato da Milano sono scesi. Siamo rimasti io e il livornese privo di privacy. Senza le chiacchiere delle ragazze americane, i discorsi di un gruppo di pendolari seduti dietro di me si sono fatti più nitidi. Parlavano dei loro programmi per il ponte del 2 giugno. Uno di loro ha detto “io la prossima settimana lavoro solo un giorno. Faccio il ponte per il 2, rientro mercoledì e poi giovedi e venerdì non ci sono perchè giovedi ho…”. Conclude la frase bisbigliando, perché evidentemente non voleva far capire a tutti il motivo della sua assenza, se non alle persone sedute proprio accanto a lui. Dallo stupore però una delle sue compagne di viaggio non è riuscita a trattenersi ed ha eclamato “DUE GIORNI PER UNA COLONSCOPIA?”.

Presto tutto il vagone ha capito come mai il malcapitato sarebbe stato via dal lavoro la prossima settimana. Capita la gaffe, la ragazza ha continuato a parlare a bassa voce, dopo aver fatto un’ultima battuta a voce alta: “va bè, tanto ormai l’hanno capito tutti che devi fare una colonscopia!”.

Arrivati a Livorno c’è stato il tempo per assistere ad un’ultima scena romantica e divertente allo stesso tempo. Appena scesa vedo una ragazza correre verso uno dei viaggiatori appena arrivati. Ho immaginato che fosse il suo ragazzo, perché gli è saltata al collo e i due si sono lasciati trasportare da un bacio appassionato. Sono sempre belle scene da vedere alla stazione. Il romanticismo è stato però spezzato da un capotreno che sostava lungo il binario. Non ha potuto fare a meno di notare il bel fondoschiena della ragazza abbracciata al fortunato fidanzato. Guardava e camminava, guardava e continuava a camminare fino a che non si è fermato, giusto prima di cadere nelle scale che portano al sottopassaggio.

Non c’è che dire, il viaggio di ritorno di ieri è stato sicuramente interessante!

Un vicino di posto agitato

Il treno arriva alla stazione di Pisa Centrale. L’annuncio del capotreno mi sveglia, apro gli occhi e vedo gli altri pendolari salire. Tra loro c’è un passeggero che non ho mai visto. Ha un giacchetto di jeans e uno zaino sulle spalle. Attraversa tutto il corridoio e si siede accanto a me. Accenno un sorriso di cortesia e in meno di un secondo ripiombo in un sonno profondo.

Lui si muove spesso, sento il suo gomito spostarsi e tornare lungo il suo corpo frequentemente. Apro gli occhi per capire cosa sta succedendo e vedo che ha un fazzoletto in mano e continua ad asciugarsi la fronte. In un primo momento penso che abbia caldo.

Il viaggio prosegue e lui continua a tamponare il sudore. Ad un certo punto fa due starnuti consecutivi. E allora penso, sarà malato! Magari non ha potuto fare a meno di uscire di casa stamattina e ora cerca di curarsi come può. Egoisticamente, spero che non sia nulla di contagioso. Fatalista, mi riaddormento.

Arriviamo a Firenze e mentre il treno sta entrando in stazione inizio a prepararmi per scendere. Lui ha ancora in mano il suo fazzoletto di carta, lo piega, lo riapre, poi lo piega di nuovo, ogni tanto si asciuga le mani e ancora la fronte. Forse non ha caldo, né è malato. Mi sembra solo molto nervoso. Avrà un appuntamento importante, magari un colloquio di lavoro. Dovrà incontrarsi con una persona a lui cara, o forse è in ansia per un suo caro.

Arrivati a SMN si alza, si gira verso di me e mi saluta di nuovo con un sorriso molto cortese. Si avvicina alla porta, scende e inizia a camminare con passo veloce. Si fa largo tra la folla di pendolari appena scesi dal treno e in pochi secondi non lo vedo più. Qualsiasi fosse il motivo del suo nervosismo, spero gli vada tutto bene.

Tavolo aperto sul pendolarismo in Toscana

Una cara follower mi ha segnalato via Twitter questa interessante discussione di Open Toscana sul pendolarismo in questa regione:

Si tratta di un tavolo aperto sul pendolarismo in Toscana, nel quale è possibile segnalare, oltre a disservizi e atti di vandalismo, anche quei “piccoli fatti di ogni giorno: quelle mancanze di rispetto, educazione, civismo che chi viaggia può riscontrare nella sua esperienza: dal parlare troppo forte, all’occupare i posti con le proprie cose, al lasciare rifiuti in giro”.

Qui è possibile trovare tutti i dettagli. Basta registrarsi e lasciare la propria opinione. Io parteciperò sicuramente. Voi?

Il pendolare irascibile

Dopo un piacevole weekend lungo trascorso in Umbria, questa mattina riprendo la mia routine pendolare e puntuale salgo sul regionale veloce delle 6:12.

Il mio solito posto era occupato da un ragazzo che mi è capitato raramente di vedere a bordo, per cui decido di sedermi nel posto davanti a lui, sempre lato finestrino. Mi sono sistemata e mentre mi apprestavo a fare il mio consueto pisolino il ragazzo ha iniziato a giocherellare con il cestino posto sotto al finestrino.

Chiunque avesse mai preso un Vivalto sa che quando si ripone il coperchio del cestino il rumore è particolarmente forte e fastidioso. Il ragazzo continuava ad aprire e chiuderlo con delicatezza ad intervalli regolari, producendo un fastidioso “tin… tin… tin… tin…”.

La prima volta mi sono voltata verso di lui dal lato del finestrino e non ho detto nulla, perché pensavo che quel gesto sarebbe bastato per fargli capire che stava disturbando (non solo me, ma anche gli altri pendolari intorno a noi). Pensavo male. Non so se il mio voltarmi è stato interpretato come un gesto di sfida, ma appena mi sono risistemata sul mio sedile è ripartito “tin… tin… tin… tin…”.

A quel punto, la mia pazienza (che già non è il mio forte) è svanita in un istante, mi sono girata di nuovo verso di lui e gli ho detto “È necessario?”. Lo so, non è la cosa più cortese che potessi dirgli, ma a quell’ora del mattino non sono riuscita a fare di meglio.

Il ragazzo deve averla presa parecchio male, perché mi ha risposto urlando “Ma che cazzo vuoi? (Non) Lo facevo per attirare la tua attenzione. Se ti da fastidio chiama il capo stazione”. Non ho ben capito se la sua intenzione fosse quella di attirare la mia attenzione o no. Di certo con quelle urla ha attirato anche l’attenzione di tutta la carrozza fino a quel momento silenziosa.

Evitando di puntualizzare la sua confusione tra capo stazione e capo treno, ho reagito in maniera molto pacata e mi sono limitata a dirgli a bassa voce “Non ce n’è bisogno, rilassati!”. Il ragazzo però si era ormai veramente indispettivo e quindi ha raccolto tutte le sue cose per spostarsi nella carrozza successiva.

Onestamente mi è sembrata una reazione esagerata. Io non gli avrei mai dato la soddisfazione di abbandonare il mio posto! Comunque il treno è partito e io mi sono addormentata. Più tardi vengo svegliata dall’annuncio del nostro arrivo alla stazione di Empoli. Ho aperto gli occhi e ho visto lo stesso ragazzo che camminava nel corridoio e andava verso la porta per scendere dal treno. Mi ha guardato con uno sguardo serio e credo ancora arrabbiato.

Come se il simpatico teatrino non fosse stato abbastanza per iniziare al meglio la settimana lavorativa, il treno ha fatto anche un ritardo di 24 minuti a causa di un guasto ad un altro treno sulla stessa linea. Se il buongiorno si vede dal mattino…

#faicomefossiacasatua: in treno come a casa

Come tutti i pendolari avranno notato, capita spesso di trovare viaggiatori che in treno si rilassano e si sentono talmente a loro agio da comportarsi quasi come fossero a casa loro.

#faicomefossiacasatua

Quando vedo persone che si tolgono le scarpe e appoggiano i piedi sul sedile, quando alcuni viaggiatori scambiano il vagone per il loro ufficio dando vita a numerose conference call (perché ora va di moda dire così) o quando coppie di amanti si lasciano andare ad attenzioni amorose che personalmente preferirei proteggere all’interno della mia sfera privata, il primo pensiero che ho è “ma fai pure come se fossi a casa tua!”.

E’ da qui che nasce l’hashtag che utilizzo quando riesco ad immortalare questi viaggiatori: #faicomefossiacasatua. Dopo che Gloria, una delle stoiche pendolari da una vita intervistata settimane fa, mi ha detto di trovare piacevole questo hashtag ho deciso di dedicargli un intero album fotografico nella pagina Facebook di Vita da Pendolare.

Vi invito ad utilizzare l’hashtag #faicomefossiacasatua tutte le volte che vi trovate di fronte a persone che sono veramente a loro agio in treno, forse troppo. Nel frattempo, godetevi la gallery fotografica pubblicata su Facebook, destinata sicuramente ad essere costantemente aggiornata!

Pensavo fosse amore…

Se il viaggio mattutino è stato tormentato a causa di un litigio che chissà come è andato a finire, il rientro di ieri pomeriggio è stato caratterizzato invece da un velato corteggiamento.

Salgo in treno pochi minuti prima della partenza, attraverso il corridoio in cerca di un posto libero e un ragazzo che era lì in piedi si sposta per farmi passare. Stava parlando con un suo amico e stavano guardando qualcosa al telefono. Poco prima che il treno partisse, il ragazzo che era in piedi si sposta dall’altra parte del vagone e si siede di fronte ad una ragazza. Erano proprio accanto a me.

Mentre si siede le dice “posso? ti disturbo?”. Lei timida ma sorridente gli dice che può tranquillamente sedersi. Iniziano a parlare e a raccontare un po’ di sé stessi. Lui le dice che lavora a Firenze, che si alza alle 5:30 e prende tutte le mattine il treno delle 6:12 da Livorno. Lo dice con il tono di chi tenta di fare colpo con un po’ di sano vittimismo.

Avevo voglia di intervenire e dirgli “guarda che anche io faccio come te, tutte le mattine”. Ma ovviamente non ho voluto rovinare quel potenziale idillio e mi sono limitata ad osservarli. Una cosa però l’ho pensata: ma una donna che si alza presto per andare a lavoro farebbe colpo agli occhi di un uomo? Perché io ho la sensazione che quando è una donna a fare un sacrificio del genere, sembra tutto più normale e meno faticoso. Non fa notizia ecco.

Comunque, tornando al flirt, i due continuano a parlare. Lui racconta del suo recente compleanno, ha 21 anni ma secondo lei ne dimostra 25 o 26. Lei invece ne ha 34. Lui vive ancora con i suoi genitori, mentre lei vive da sola.

Appresa questa notizia, lui fa la più scontata delle domande “come da sola? e il tuo fidanzato dov’è?”. E lei a quel punto ha risposto, quasi con imbarazzo, che non esiste né un fidanzato né un marito. E’ stato strano perché l’imbarazzo non dipendeva tanto dal fatto che lo stesse dicendo a lui, ma dal fatto che lo stesse dicendo a voce alta a sé stessa. Sembrava quasi mortificata perché non stava rispettando la tabella di marcia che la società ancora impone ad una donna che ha superato i 30 anni. Per risollevare la situazione ha però precisato che “da poco esco con uno” e che “a dicembre ho comprato casa”, perché pagare l’affitto era un inutile spreco di soldi.

Flirt in treno

Si sente che nessuno dei due ha un accento toscano, e infatti lui è albanese mentre lei viene dalla provincia di Varese, vicino Malpensa. E’ soprattutto lei ad attrarre la mia curiosità, indossa vestiti mascolini, ha una cuffia in testa che ricorda un personaggio dei cartoni animati che non riesco a mettere a fuoco. Dice di non sopportare le metropoli, per questo ha scelto di vivere a Fauglia.

Ieri era a Firenze per visitare la città, voleva andare anche a Siena ma non c’era abbastanza tempo. Ha pranzato al mercato centrale con un panino e un bicchiere di vino. E’ strana perché parla come se fosse una ragazzina che sta scoprendo il mondo soltanto ora, a 34 anni.

Continuano a parlare del più e del meno quando lei ad un certo punto esclama “ma qua dove siamo?”. Stavamo entrando nella stazione di Pisa Centrale, in anticipo. Quando serve qualche minuti di ritardo, si sa…

I due interrompono la conversazione, anche perché a lui squilla il telefono. Risponde ma bruscamente riattacca. E’ giunto il momento dei saluti, che si scambiano con molta esitazione. Forse avrebbero voluto scambiarsi reciprocamente i numeri di telefono, ma nessuno dei due ha avuto il coraggio di fare la prima mossa. Lei si avvicina alla porta e lui riprende il telefono. Chiama e dice “si è riattaccato da solo, no non ho attaccato io”. Poi si alza anche lui e torna dal suo amico. Poteva essere l’inizio di un amore o di un tradimento.

Una nuova pendolare chiacchierona

E’ successo di nuovo. Dopo la chiacchierona di qualche settimana fa, anche questa mattina ho trovato poco lontano da me una pendolare dalla chiacchiera facile già di prima mattina.

Sono consapevole che fino a quando sarò pendolare potrò incontrare tutti i giorni altri pendolari che di mattina presto sono già vispi e pronti ad interagire con il mondo che li circonda. Non so se mi ci abituerò mai perchè anche stamattina non sono riuscita a trattenermi e stordita dal sonno ho esclamato a voce bassa “mamma mia che chiacchiera, ma è già così alle sei di mattina!?”.

Questa mattina una voce altrettanto assonnata mi risponde “mamma mia davvero!”. Con mia sorpresa apro bene gli occhi e mi giro verso la mia vicina di posto. Ci scambiamo un sorriso di complicità e lei mi dice “io la mattina riesco a malapena a respirare”.

La capisco, come capisco che lo scambio che abbiamo appena avuto non sarà l’inizio della nostra conversazione. Lei riesce appena a respirare, io più o meno sono come lei, quindi decido di chiudere con una battuta e replico “deve arrivare fino a sera, hai voglia a chiacchierare!”. Lei sorride, annuisce e mi dice “proviamo a vedere se riusciamo a dormire va..”.

E così abbiamo fatto. Distratte e rincuorate da quella complicità siamo riuscite a riprendere il sonno.

Una nuova pendolare chiacchierona

Arrivati a Firenze la ritroviamo ancora lì a parlare. Il suo interlocutore sembra a suo agio. La mia compagna di posto incontra un suo amico e inizia a parlare con lui “oggi non si riesce a dormire”, esclama.

Io invece noto che c’è una cosa che accomuna la chiacchierona di oggi con quella che ho incontrato settimane fa: la borsa. All’università ho scritto una tesi per dimostrare la possibilità che la personalità che si attribuisce ad un brand possa corrispondere alla personalità dei suoi clienti.

Che sia una nuova dimostrazione sul campo quella a cui ho assistito in treno? Se si, propongo di vietare la borsa in questione alle donne pendolari!

La pendolare chiacchierona

Ci sono dei personaggi che non vorresti mai incrociare nella tua vita da pendolare. Ma incontrarli di mattina nella settimana di rientro dalle ferie è ancora peggio.

Lei è una donna giovane, sveglia ed energica di prima mattina. Praticamente Furio di Carlo Verdone al femminile. Sale insieme ad un’altra donna, meno energica di lei. Le due iniziano a parlare ininterrottamente. O meglio, la prima parla, parla, parla. La seconda interviene ogni tanto a bassa voce quasi per non disturbare la sua interlocutrice, che invece non si preoccupa affatto del volume della sua voce.

La pendolare chiacchierona

Il mio sonno viene costantemente disturbato dai suoi racconti. Ci ha deliziato con le ferie passate con la famiglia in campeggio e con l’organizzazione della spesa, della cucina, delle uscite. “Sai gli altri anni con le altre famiglie eravamo molto affiatati, condividevamo tutto. Quest’anno c’erano delle famiglie che stavano più per conto loro”. “Ci credo!”, pensavo dentro di me.

“Un giorno siamo andati al mare da soli, devi vedere il bimbo come era tranquillo senza gli altri bimbi”. Ma dai!?

“E invece dovevi vedere quanto gli piaceva giocare a calcio! Nella nostra famiglia nessuno gioca a calcio, ma lui si divertiva troppo. Non so come mai abbia iniziato a giocarci”. Ora, metti un bambino che gioca insieme ad altri bambini della stessa età, in Italia, nazione dove lo sport del calcio domina ovunque, dai piccoli paesi alle grandi città. Secondo te, quante sono le probabilità che prima o poi tuo figlio si troverà insieme ad altri bambini per una partitella improvvisata?

Ovvietà dopo ovvietà arriviamo a Firenze Rifredi. La sua amica (che avrà detto a malapena 10 parole) scende. I miei vicini di posto tirano un sospiro di sollievo. La chiacchierona è senza interlocutore. Ma, ingenui, l’abbiamo sottovalutata. Quando le sue corde vocali iniziavano a riposarsi, prende il telefono e chiama suo marito.

“Pronto? Ti sei svegliato?”. Già iniziamo male. Ti ha risposto.. certo che è sveglio. “Hai visto ti ho lasciato il caffè. Te lo sei scaldato il latte?”. Ma parla con il marito o con il figlio? “I bambini li hai svegliati?” Sono le 7:30, la scuola non è ancora iniziata, dove li vuoi mandare sti poveri bimbi a quest’ora? E infatti anche il marito deve aver obiettato, ma lei ha rilanciato dicendo che tra pochi giorni inizia la scuola e quindi i bambini devono riprendere il ritmo. Il marito riesce a negoziare una sveglia alle 8:30.

Entriamo nella stazione di Firenze SMN e allora il marito al telefono. I pendolari iniziano ad alzarsi per avvicinarsi all’uscita. Vedo due uomini che parlano tra di loro della pendolare chiacchierona. Uno è riuscito a dormire, mentre l’altro, disturbato da tutto quel parlare, all’arrivo racconta al suo fortunato compagno di viaggio cosa è successo. E’ divertente perchè è evidente che l’uomo ne parla infastidito.

Ha nel volto lo stupore di quegli uomini che si chiedono “ma quanto parlano le donne?”. Senza nessun intento discriminatorio, devo dargli ragione. Obiettivamente ci sono delle donne che amano parlare tanto (e a detta di mio marito io rientro in questa categoria!).

Quando l’uomo pensava che più di così la chiacchierona non potesse fare, lei prende il telefono e prima ancora di scendere dal treno è di nuovo a parlare con qualcun altro! Lui sgrana gli occhi e nemmeno fosse sua moglie esclama “che rottura di c…….”!