Pensavo fosse amore…

Se il viaggio mattutino è stato tormentato a causa di un litigio che chissà come è andato a finire, il rientro di ieri pomeriggio è stato caratterizzato invece da un velato corteggiamento.

Salgo in treno pochi minuti prima della partenza, attraverso il corridoio in cerca di un posto libero e un ragazzo che era lì in piedi si sposta per farmi passare. Stava parlando con un suo amico e stavano guardando qualcosa al telefono. Poco prima che il treno partisse, il ragazzo che era in piedi si sposta dall’altra parte del vagone e si siede di fronte ad una ragazza. Erano proprio accanto a me.

Mentre si siede le dice “posso? ti disturbo?”. Lei timida ma sorridente gli dice che può tranquillamente sedersi. Iniziano a parlare e a raccontare un po’ di sé stessi. Lui le dice che lavora a Firenze, che si alza alle 5:30 e prende tutte le mattine il treno delle 6:12 da Livorno. Lo dice con il tono di chi tenta di fare colpo con un po’ di sano vittimismo.

Avevo voglia di intervenire e dirgli “guarda che anche io faccio come te, tutte le mattine”. Ma ovviamente non ho voluto rovinare quel potenziale idillio e mi sono limitata ad osservarli. Una cosa però l’ho pensata: ma una donna che si alza presto per andare a lavoro farebbe colpo agli occhi di un uomo? Perché io ho la sensazione che quando è una donna a fare un sacrificio del genere, sembra tutto più normale e meno faticoso. Non fa notizia ecco.

Comunque, tornando al flirt, i due continuano a parlare. Lui racconta del suo recente compleanno, ha 21 anni ma secondo lei ne dimostra 25 o 26. Lei invece ne ha 34. Lui vive ancora con i suoi genitori, mentre lei vive da sola.

Appresa questa notizia, lui fa la più scontata delle domande “come da sola? e il tuo fidanzato dov’è?”. E lei a quel punto ha risposto, quasi con imbarazzo, che non esiste né un fidanzato né un marito. E’ stato strano perché l’imbarazzo non dipendeva tanto dal fatto che lo stesse dicendo a lui, ma dal fatto che lo stesse dicendo a voce alta a sé stessa. Sembrava quasi mortificata perché non stava rispettando la tabella di marcia che la società ancora impone ad una donna che ha superato i 30 anni. Per risollevare la situazione ha però precisato che “da poco esco con uno” e che “a dicembre ho comprato casa”, perché pagare l’affitto era un inutile spreco di soldi.

Flirt in treno

Si sente che nessuno dei due ha un accento toscano, e infatti lui è albanese mentre lei viene dalla provincia di Varese, vicino Malpensa. E’ soprattutto lei ad attrarre la mia curiosità, indossa vestiti mascolini, ha una cuffia in testa che ricorda un personaggio dei cartoni animati che non riesco a mettere a fuoco. Dice di non sopportare le metropoli, per questo ha scelto di vivere a Fauglia.

Ieri era a Firenze per visitare la città, voleva andare anche a Siena ma non c’era abbastanza tempo. Ha pranzato al mercato centrale con un panino e un bicchiere di vino. E’ strana perché parla come se fosse una ragazzina che sta scoprendo il mondo soltanto ora, a 34 anni.

Continuano a parlare del più e del meno quando lei ad un certo punto esclama “ma qua dove siamo?”. Stavamo entrando nella stazione di Pisa Centrale, in anticipo. Quando serve qualche minuti di ritardo, si sa…

I due interrompono la conversazione, anche perché a lui squilla il telefono. Risponde ma bruscamente riattacca. E’ giunto il momento dei saluti, che si scambiano con molta esitazione. Forse avrebbero voluto scambiarsi reciprocamente i numeri di telefono, ma nessuno dei due ha avuto il coraggio di fare la prima mossa. Lei si avvicina alla porta e lui riprende il telefono. Chiama e dice “si è riattaccato da solo, no non ho attaccato io”. Poi si alza anche lui e torna dal suo amico. Poteva essere l’inizio di un amore o di un tradimento.

Il capotreno fenomeno

In treno capita spesso di imbattersi in qualche capotreno fenomeno, dove con “fenomeno” intendo il particolare atteggiamento di quei capotreno che se la tirano un po’, che assumono l’atteggiamento da sceriffo se qualcuno ha sbagliato a fare il biglietto (figuriamoci se non ce l’ha proprio) e che rispondono sgarbatamente ai passeggeri che gli pongono domande.

Come se prendere un treno all’alba non fosse già abbastanza frustrante, stamattina, nel Vivalto con partenza alle 6:12, avevamo a bordo uno di questi fenomeni.

Vivalto interno

Poco dopo la partenza, il capotreno passa a controllare biglietti e abbonamenti. Appena entra nella carrozza in cui mi ero seduta, la prima persona in cui si imbatte gli chiede di abbassare l’aria condizionata, perché effettivamente faceva freddo. Lui con un tono abbastanza serio e privo di empatia risponde: “Guardi, nell’altra carrozza c’è meno freddo e ci sono posti liberi. Se vuole può spostarsi lì”.

Se c’è una cosa che mi fa innervosire sono queste risposte. Sono fortemente convinta che per un pendolare la scelta del posto non sia casuale, quindi chiedergli di cambiare posto dopo che il treno è partito e che tanti altri pendolari si sono già sistemati potrebbe essere fastidioso. Per me lo è sicuramente, tanto che avendo udito la risposta del capotreno esclamo: “ma perché dobbiamo essere sempre noi a cambiare carrozza?”.

Lui forse non ha sentito, o forse ha preferito ignorarmi, sta di fatto che visto il mio abbonamento è passato oltre. Non fa in tempo ad arrivare a metà carrozza che una signora gli fa la stessa richiesta e a quel punto lui stizzito sbotta e con tono seccato dice: “Non ve la posso spegnere l’aria condizionata, se no qui dentro ci morite. L’ultima volta che l’ho fatto c’era una signora incinta e si è sentita male. Ho dovuto chiamare l’ambulanza e questo treno è stato fermo per mezz’ora!”.

Quell’affermazione finale, per il modo in cui è stata pronunciata, suonava come “Cosa preferisci? Che ti spenga l’aria condizionata o che facciamo ritardo perché qualcuno si sentirà male?”. Ho molto apprezzato il controllo che la signora è riuscita ad esercitare su sé stessa per non inveire contro questo capotreno fenomeno che, anche ammesso avesse ragione, si era posto in modo così sgarbato nei suoi confronti.

Il viaggio è proseguito verso Firenze con qualcuno che ha cambiato carrozza e con altri, stoici, che sono rimasti al loro posto. Di fatto, nonostante avessimo “optato” per l’aria condizionata accesa, il treno ha fatto 15 minuti di ritardo. Eppure nessuno si è sentito male!

Rimane il grande mistero del sistema di condizionamento del Vivalto. Ormai le ho sentite di tutti i colori: c’è il capotreno che alla richiesta di abbassare il livello dell’aria lo fa, c’è quello che ti dice che è tutto centralizzato e che lui non può fare niente, c’è chi ti dice che la temperatura interna è regolata sulla base di quella esterna (e qui ci deve essere qualcosa che sfugge nella logica, perchè se fuori ci sono 10 gradi, dentro non può partire l’aria condizionata fredda!) e c’è chi ti dice che non può spegnerti l’aria perché se no qui “ci morite”.

Se qualcuno può illuminarci sul tema “aria condizionata nel Vivalto” lo apprezzeremmo molto. Così saremmo in grado di controbattere, sempre garbatamente si intende, alle fantasiose argomentazioni di questi controllori fenomeni che se ne inventano sempre una. Grazie!

Pendolare senza cellulare

La mia settimana è iniziata con il solito trauma. Mi sono svegliata pensando “ma è di nuovo lunedì?”, mi sono preparata e puntuale come un orologio svizzero sono salita sul treno delle 6:12. Mi sono sistemata al mio solito posto e quando ho messo la mano dentro la borsa per prendere il telefono ho fatto l’amara scoperta: l’avevo lasciato a casa.

Dopo una prima reazione mista tra panico e smarrimento mi faccio coraggio e penso “ce la puoi fare”. Non sarei mai tornata a casa a riprendere il telefono per poi tornare alla stazione e salire sul treno successivo. Ho pensato che dall’ufficio avrei potuto avvisare i miei familiari della mia dimenticanza utilizzando FB o Skype. E così parto.

Il viaggio all’andata scorre velocemente grazie ad un bel pisolino. La mia preoccupazione era il ritorno. Cosa avrei fatto in treno senza telefono? Niente musica, niente notizie, niente social network, niente giochi. Una noia mortale!

Ho pensato “va bè, forse per la prima volta guarderò il paesaggio dal finestrino”. Effettivamente in quattro anni di pendolarismo, credo di aver visto più spesso lo schermo del mio smartphone che attraverso il finestrino. E così ho fatto.

Rimaneva un ultimo piccolo problema da risolvere. Nell’agenda del mio telefono ho impostato un promemoria ricorrente che ogni 28 del mese mi ricorda di rinnovare l’abbonamento mensile del treno. Domenica avevo già posticipato il promemoria, perché almeno nel weekend vorrei evitare di frequentare la stazione.

Promemoria abbonamento treno

Non mi rimaneva che fare affidamento sulla mia memoria, che per definizione è selettiva, quindi il rischio di dimenticare l’abbonamento era alto. Decido di rimediare con un promemoria vecchio stile: il caro e sempre efficiente post it.

Lo lascio in bella vista sulla scrivania per tutto il giorno, sperando che lasci una traccia profonda nella mia memoria, tanto da poter resistere fino al mio arrivo in stazione.

Il segnale di pericolo serviva a sottolineare l’importanza del promemoria che, fortunatamente, ha funzionato!

Una nuova pendolare chiacchierona

E’ successo di nuovo. Dopo la chiacchierona di qualche settimana fa, anche questa mattina ho trovato poco lontano da me una pendolare dalla chiacchiera facile già di prima mattina.

Sono consapevole che fino a quando sarò pendolare potrò incontrare tutti i giorni altri pendolari che di mattina presto sono già vispi e pronti ad interagire con il mondo che li circonda. Non so se mi ci abituerò mai perchè anche stamattina non sono riuscita a trattenermi e stordita dal sonno ho esclamato a voce bassa “mamma mia che chiacchiera, ma è già così alle sei di mattina!?”.

Questa mattina una voce altrettanto assonnata mi risponde “mamma mia davvero!”. Con mia sorpresa apro bene gli occhi e mi giro verso la mia vicina di posto. Ci scambiamo un sorriso di complicità e lei mi dice “io la mattina riesco a malapena a respirare”.

La capisco, come capisco che lo scambio che abbiamo appena avuto non sarà l’inizio della nostra conversazione. Lei riesce appena a respirare, io più o meno sono come lei, quindi decido di chiudere con una battuta e replico “deve arrivare fino a sera, hai voglia a chiacchierare!”. Lei sorride, annuisce e mi dice “proviamo a vedere se riusciamo a dormire va..”.

E così abbiamo fatto. Distratte e rincuorate da quella complicità siamo riuscite a riprendere il sonno.

Una nuova pendolare chiacchierona

Arrivati a Firenze la ritroviamo ancora lì a parlare. Il suo interlocutore sembra a suo agio. La mia compagna di posto incontra un suo amico e inizia a parlare con lui “oggi non si riesce a dormire”, esclama.

Io invece noto che c’è una cosa che accomuna la chiacchierona di oggi con quella che ho incontrato settimane fa: la borsa. All’università ho scritto una tesi per dimostrare la possibilità che la personalità che si attribuisce ad un brand possa corrispondere alla personalità dei suoi clienti.

Che sia una nuova dimostrazione sul campo quella a cui ho assistito in treno? Se si, propongo di vietare la borsa in questione alle donne pendolari!

Rientro in treno commovente

Dopo il traumatico risveglio di ieri mattina e dopo aver trascorso l’intera giornata in ufficio, mi preparo per tornare a casa. Alla stazione leggo che il treno mi aspetta al binario 5, binario insolito per il mio orario.

Salgo e mi siedo in attesa che parta. Il capotreno annuncia che il treno fa solo le fermate di Pisa e Livorno e che per le fermate intermedie c’è un treno in partenza al binario 1A. A quel punto si scatena il caos. I due treni erano stati precedentemente annunciati al contrario, ovvero il mio al binario 1A e l’altro al binario 5. Non si sa perché ad un certo punto sono stati scambiati.

Il caos di pendolari e turisti che cercavano di capire quale fosse il treno giusto e un “inconveniente tecnico” hanno fatto sì che il treno accumulasse 20 minuti di ritardo. Inizio a guardarmi intorno per capire chi sono oggi i miei compagni di viaggio.

All’improvviso squilla un telefono, non posso fare a meno di notarlo perché è del signore seduto davanti a me ed ha squillato ad un volume altissimo. Capisco che sta ricevendo delle informazioni mediche, su uno stato di salute, non so se il suo o quello di qualcuno a lui caro. Appena finisce di parlare con il medico chiama una donna e capisco che le condizioni di salute di cui stanno parlando sono le sue.

Viaggiatore riceve buone notizie al telefono

Parlano di reni e del fatto che “sono uguali, sono uguali! Le macchie che si vedono sono vecchie calcificazioni. Forse dovrai fare qualcosa per quelle, ma l’importante è che non si tratta di quello che pensavamo. Ce l’abbiamo fatta!”. Intuisco che si tratta di una bella notizia e appena l’uomo pronuncia quel “Ce l’abbiamo fatta” si commuove.

Smette di parlare e porta una mano sul viso per nascondere la commozione. La conversazione si interrompe per qualche istante e poi l’uomo, per placare quella commozione, cambia argomento e con la voce rotta dal pianto dice “questo treno non parte!”. Scoppia a ridere ed esclama “Ma che ce ne frega a noi se il treno non parte!”.

Io assisto alla scena con il magone in gola. Avevo anche io gli occhi lucidi perché quella telefonata aveva trasmesso tutta la disperazione di quell’uomo e allo stesso tempo anche la sua immensa gioia.

Turisti americani in treno

Il treno finalmente parte e a quel punto la mia attenzione è stata catturata da due turisti americani seduti dall’altra parte del corridoio. Mi colpisce in particolare lei perché ad un certo punto apre la valigia e appoggia un paio di stivaletti sopra il cestino. Prende una pochette e inizia a tagliarsi le unghie. Appena finita la manicure, prende il deodorante e rinfresca le ascelle. Una volta terminato, prende pochette e stivaletti e rimette tutto in valigia.

La mia attenzione però viene catturata nuovamente dall’uomo di fronte a me che riceve un’altra telefonata. Risponde e racconta al suo interlocutore quanto ha appena appreso “Temevamo una metastasi che in sei mesi la faceva morire. Potrebbe esserci comunque qualche problema, ma niente in confronto a quello che temevamo. Sono stato male, sono stato tanto male. Lei sta meglio di me, ma del resto quando è toccato a me ero io a stare meglio di lei”.

Con quelle poche parole è riuscito a trasmettere il forte legame che c’è tra i due, indissolubile nonostante le avversità. E non potendo far capire a lei quanto fosse stato in pena ha chiamato un paio di amici per raccontare l’accaduto e per sfogarsi. Ripeteva a tutti “quanto sono stato male” e poi faceva un forte sospiro.

Arriviamo a Pisa Centrale e l’uomo si prepara per scendere. Mi sembrava quasi di conoscerlo perché non volendo mi aveva fatto partecipare ad un momento così importante della sua vita. I nostri sguardi si incrociano e i suoi profondi occhi celesti sono ancora lucidi di lacrime.

Proseguo il viaggio per Livorno ripensando a questo felice epilogo. “Ce l’abbiamo fatta!” continua a riecheggiarmi nella testa.

Il trauma del lunedì. O del martedì?

Non trovo altre parole per definirlo. Il lunedì per me è un trauma. Nel weekend mi riposo, dormo di più, esco, mi distraggo, sono ritardataria e non programmo niente. Insomma, ricarico le batterie.

Eppure non c’è niente da fare! Lunedì il suono della sveglia mi riporta alla dura realtà, fatta di minuti contati, viaggi e incastri. In certi lunedì poi il sonno è devastante. Come stamattina.

Il treno non fa in tempo a partire che io già dormo nella mia solita posizione. Testa all’indietro e braccia conserte sopra alla borsa. Oggi però ho dormito proprio profondamente. Per isolarmi ancora di più ho “ascoltato” anche un po’ di musica.

Mi sveglia il controllore che passa (mai che passasse di pomeriggio, sempre di mattina all’alba!), ma in pochi secondi riprendo il mio sonno. Arriviamo alla stazione di Firenze SMN, mi sveglio a treno già fermo e mi rendo conto che stavo dormendo a bocca aperta. Non una bella immagine.

Scendo dal treno e inizio a camminare verso l’uscita della stazione. Per raggiungere il mio ufficio la devo attraversare tutta. Esco e mi dirigo verso le strisce pedonali quando incontro un autista Ataf che cammina sorridente. Mi guarda e sorride anche a me.

Sono troppo frastornata per ricambiare il suo sorriso, ma riesco comunque a formulare due pensieri:
1. Ci sono già foto di me che dormo a bocca spalancata che hanno fatto il giro del web e lui mi ha appena riconosciuto?
2. Ma poi, che c’avrà da ridere questo alle 7:30 di lunedì mattina?

Accompagnata da questi due profondi interrogativi arrivo in ufficio. Entro e penso che c’è solo un altro giorno della settimana che può essere più traumatico del lunedì: il martedì.

Sì, per un semplice motivo. In fondo siamo tutti preparati al fatto che il lunedì sarà traumatico. La nostra mente ed il nostro fisico se lo aspettano. Tutti (o quasi) sperimentano questo trauma per cui vivono la giornata in maniera più “rallentata”.

Quello che non ti aspetti invece è che il risveglio del giorno seguente, il martedì appunto, potrebbe essere ancora più stressante. La sensazione di stanchezza è maggiore, il sonno è maggiore. Con la differenza però che la nostra mente non è preparata per quel disagio. Anzi, ha abbassato la guardia perchè ormai il lunedì è passato.

Ma con il tempo e l’esperienza io (e qualche amica fidata) stiamo imparando la lezione, per cui martedì.. sono pronta, domani non mi coglierai di sorpresa!

Pendolari in Italia

Quanti sono i pendolari italiani e quali sono le regioni dove il pendolarismo per lavoro è più diffuso?

Via twitter mi è appena stato segnalato un interessante aggiornamento sulla diffusione del lavoro pendolare in Italia. La mappa è abbastanza esplicativa delle differenze che ci sono tra le varie regioni italiane, con particolare evidenza tra nord e sud.

Se desiderate qualche dettaglio in più su questi dati (fonte: Istat) potete andare sul sito di Cittalia.

Come ha già ipotizzato Tlang, che sia anche una mappa di dove c’è ancora lavoro?

Vita da Pendolare va in ferie!

Buone ferie da Vita da Pendolare

Eh si, è arrivato anche per me il momento di mettere in stand by la vita da pendolare e godermi le tanto attese ferie. Mi aspettano giorni con i miei cari, giorni da turista, giorni di relax ma soprattutto giorni senza treno!

A tutti quelli che come me fanno una pausa auguro buone ferie.

A chi invece continuerà con il pendolarismo, coraggio! Godetevi questi giorni in treno con meno pendolari e più turisti. Nuovi compagni di viaggio vuol dire nuove stranezze da osservare.

Ci vediamo tra qualche giorno!

Incontri pendolari 2.0

Il caso a volte ci regala delle piacevoli soprese! Ieri sera ho passato una divertente serata con “le bimbe della pallavolo”, variegato gruppo di ragazze con cui ho avuto il piacere di giocare un campionato amatoriale nel 2012 a Livorno. Chiacchiera, ridi e chiacchiera ancora, abbiamo fatto tardi e questa mattina non ho preso il treno al solito orario perché proprio non ce la potevo fare ad alzarmi alle 5:30. E allora, ho posticipato la sveglia di un’ora e preso il treno successivo.

Salgo comunque fortemente insonnolita, il treno parte e poco dopo mi addormento. Arriviamo alla stazione di Pisa Centrale, mi sveglio, guardo fuori dal finestrino e tra i passeggeri in attesa di salire riconosco Nicola Carmignani, un “giovane freelance che opera nel mondo del web” (come dice lui stesso nel suo sito).

Appena l’ho visto ho pensato “nooo, guarda chi è lui!”. L’ho riconosciuto perchè seguo il suo profilo Instagram e l’ho visto spesso interagire (sempre via Instagram) con il team di Igerslivorno.

Presa dall’entusiamo ho twittato:

Ne è nato un simpatico scambio via Twitter che è culminato con un caffè preso insieme al bar. Fa piacere quando una forte passione per il web rende incontri di questo tipo quasi naturali, come se davvero tu stessi prendendo un caffè al bar con qualcuno che conosci da tempo.

Nicola mi ha raccontato del suo periodo di pendolarismo, in macchina tra Pisa e Volterra. Decisamente una forma di pendolarismo estremo, visto che era costretto a fare circa un’ora e mezzo di macchina ad andare e a tornare, affrontando anche la neve durante l’inverno. E’ durata qualche mese, poi inevitabile il trasferimento.

Quattro chiacchiere, il tempo di un caffè e via, io mi dirigo verso l’ufficio e Nicola verso il suo prossimo treno. Certo che potevamo anche immortalare l’incontro con una foto! Comunque, è stato un modo originale e piacevole di inziare la giornata.

Grazie ancora per il caffè Nicola!

Dormire in treno: famolo strano!

Il post sui 5 consigli per dormire in treno è stato frutto di un’attenta osservazione che è durata per qualche settimana. A dire la verità, il mio scopo era trovare consigli utili per i pendolari. Nella realtà mi sono trovata davanti a persone che dormivano nelle posizioni più assurde, approfittando della disponibilità di posto o della disponibilità del proprio compagno di viaggio.

I più fantasiosi sono sicuramente i viaggiatori occasionali, che non potendo sfruttare una collaudata esperienza improvvisano con notevole creatività. Le loro posizioni strane però mal si combinano con il pendolarismo quotidiano, perchè in certe posizioni inizi a sentire mille dolori dopo soli 5 minuti!

Ho deciso comunque di condividere una carrellata di posizione strane, giusto per fare due risate! Ci tengo a sottolineare che tutte le foto sono state scattate nel rispetto della privacy dei viaggiatori. Nonostante alcuni di loro possano sembrare vittime di un omicidio, nessuno ha fatto loro del male!!!

Dormire in treno: posizioni strane

Dormire in treno: posizioni strane

Dormire in treno: posizioni strane

Dormire in treno: posizioni strane

Dormire in treno: posizioni strane

La mia preferita è la ragazza della prima foto che con grande maestria è riuscita a dormire per oltre un’ora raggomitolata su sé stessa!